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Numero Lab - a cura di Emanuela Martini
Quentin Tarantino
maggio - giugno 2008

Perché Tarantino?

Perché ripensare a Quentin Tarantino oggi, dopo che gran parte della critica l’ha dato per morto, più di una volta, quasi a ogni film, e in particolare dopo l’ultimo, quel Grindhouse  - A prova di morte che sembra fatto con pezzi di pellicola sottratta al macero (posto che esista ancora), non solo per gli strappi, i graffi, le code disposti ad arte, ma anche per il tipo e lo stile della storia raccontata. Sembra di stare, non in un film di Corman, ma in una delle decine di sottoprodotti che lo stesso Corman produceva dopo che si era stancato di fare il regista o nelle imitazioni, ancora più cheap, sfornate a centinaia da una costa all’altra degli States per alimentare il doppio o triplo programma dei drive in e dei midnight movies. Ragazze in pericolo, ragazze sventate e provocanti, maniaci a piede libero, inseguimenti automobilistici e scontri frontali, sventramenti, accette, agguati. In Grindhouse, parte prima, c’è tutto il campionario dei tardi anni ’70 e primi ’80, solo appena aggiornato alle musiche, agli usi e ai costumi (anche letterali) di trent’anni dopo. A partire da Kurt Russell che rifà uno Jena Plissken più suonato  e incattivito. E in Grindhouse, parte seconda (non il film di Robert Rodriguez, Planet Terror, ma la seconda parte di Death Proof di Tarantino), c’è la versione terzo millennio dei film con infermiere-carcerate-bloody mamas che già andavano di moda negli anni ’70, ed erano solo un pochino meno esplicitamente, duramente “femministi”, dove le ragazze prendevano in mano il loro destino e le armi a disposizione e andavano all’attaco (dei killer, dei molestatori, dei poliziotti carogne, dei maniaci, e a volte anche della società schifosa). Non voglio addentrarmi qui in un’analisi del termine “femminismo” applicato al cinema di Quentin Tarantino: personalmente credo che, in maniera piuttosto imprevedibile e mascherata, sia uno dei registi contemporanei che ha più rispetto e un’attenzione non banale per l’universo femminile e che, dietro l’apparente “mascolinizzazione” cui lo sottopone, ci sia in realtà un’onesta ammirazione per le armi femminili (dalla seduzione alla forza fisica) e un esplicito riconoscimento della superiorità del “secondo sesso” (e questo vale per tutti i suoi film, a partire da alcuni episodi di Pulp Fiction e da Jackie Brown). Questo tema basterebbe a giustificare l’attenzione al suo cinema. Se poi aggiungiamo la sua tendenza a uno “straniamento” che lo avvicina Jean-Luc Godard, il gioco caleidoscopico non solo sui sottogeneri, ma su tutto l’immaginario visivo e sonoro pop degli ultimi cinquant’anni, la sua notevole abilità di sceneggiatore e di scrittore di dialoghi, ecco che Quentin Tarantino emerge come uno dei pochi autori recenti sui quali valga la pena di soffermarsi per capire dove sta andando, magari non il cinema, ma certamente la cultura popolare in generale. Dietro l’aria da giocherellone, il ragazzo è tutt’altro che naïf, non conosce solo i film che vedeva nel videoshop dove lavorava, probabilmente ha letto anche parecchi libri. Anche se forse non lo ammetterà mai.

Emanuela Martini